Sciopero oggi, la capacità di non contare un ca**o

Per ragionare di sciopero oggi dobbiamo partire da una domanda. Anzi, da diverse domande. Come mai esistono contratti così diversi e con condizioni economiche e normative così disparate nel nostro paese? Perchè, fatto ancora più grave, esistono contrattazioni parallele e a volte peggiorative sui medesimi comparti di lavoro? Perchè, aldilà degli slogan #StessoLavoroStessoSalario #StessoLavoroStessiDiritti siamo ancora così distanti dal raggiungimento di un minimo uguale per tutti? Il caso emblematico di questo dualismo (pluralismo) di contratti e condizioni uguali ma diversi trattamenti è il pubblico impiego, in particolare la sanità.

Nel nostro paese i servizi di cura, di integrazione, di supporto, di assistenza, quindi universalistici e mutualistici, sono affidati ad un sistema comune. Questo sistema quando impossibilitato ad erogare un servizio per tutti, si appoggia strumentalmente all’attore privato, ovvero a strutture che garantiscono lo stesso livello di assistenza alla stessa tariffazione. Questo è il sistema dell’accreditamento. 

Il sistema pubblico nelle trasversali logiche di governo degli ultimi 10 anni è stato additato come inefficiente, farraginoso, composto quasi esclusivamente da inetti e/o truffatori spiccioli. Un sistema quindi che dal 2009 ad oggi ha visto una serie di politiche economiche volutamente punitive, indirizzate non alla modernizzazione di un mondo che ha vissuto più riforme sedimentate nel tempo, ma al risparmio. Un risparmio ottenuto esclusivamente attraverso tagli lineari di personale, accessi concorsuali e finanziamenti al pubblico impiego sotto il credo che “la bestia affamata va più veloce”. Riforme quindi che, tra le altre cose, hanno costretto il servizio pubblico ad appoggiarsi inevitabilmente al servizio del privato onde garantirne la tenuta e l’efficacia.

Ecco quindi avvallato in maniera ipocrita un sistema che da un lato garantisce un servizio uguale per tutti, dall’altro divide e differenzia i lavoratori. Perchè se un risparmio esiste in ultima istanza è proprio sulla pelle di chi è tutti i giorni in prima linea.

Il servizio universale quindi è di serie A (quando fa comodo sbandierarlo e quando ci ricordiamo degli studi oltreoceano che trovano interesse nel nostro paese – International Health Care), ma le condizioni contrattuali possono essere di Serie A, di Serie B o di Serie C2 (il mondo del terzo settore).
Ancora più esplicitamente: il sistema garantisce la tenuta grazie ai numerosi lavoratori che svolgono le stesse identiche mansioni del collega pubblico, divisi però dal vetro sottile e trasparente del concorso. Un sistema quindi che non può fare a meno del privato ma che “non è in grado” di permettere un passaggio totale di lavoratori da una parte all’altra del divisorio. Chi lavora in ambito pubblico sa bene che il perno delle riforme e del risparmio dell’ultimo decennio si è retto proprio sulla quasi totale assenza di concorsi pubblici e di turn-over lavorativo.

La diretta conseguenza è che i lavoratori del privato che chiedono un trattamento più equo trovano ben poco ascolto dai colleghi del pubblico e sono impossibilitati a superare il “vetro”. Al loro interno inoltre sono indeboliti da ulteriori divisioni: per professione (avvallate anche dai numerosi sindacati delle “professioni”), per struttura e per regione. Coadiuva la disastrosa situazione, impedendo anche solo un accenno della cognizione di “comparto”, una delle piaghe sociali più assordanti della modernità: l’individualismo. Quest’ultima tradotta come la falsa percezione che le condizioni lavorative migliori si possano contrattare da soli, con la diretta conseguenza che i lavoratori partecipano poco alle assemblee, si rivolgono poco al sindacato (se non per i servizi). 

Se affermiamo che il potere (di qualsiasi tipo) nella sua definizione più concreta sia il “controllo delle fonti di incertezza” (Morgan, 1986), chi controlla con il suo lavoro la fonte di incertezza per eccellenza dovrebbe avere, ad intuito, le migliori condizioni lavorative. Questo non avviene. Avviene invece che chi controlla la produzione industriale ha mediamente salari e condizioni migliori di chi lavora nella salute. 

Quali conclusioni possiamo trarre da tutto ciò? Che il nostro sistema sanitario è condannato ad essere un modello a cui ispirarsi per buona parte del globo, ma che è incapace di riconoscere a tutti i propri professionisti le medesime condizioni. Questo perché minato da una profonda ipocrisia causata dai tagli lineari delle politiche recenti ed incapace di ribellarsi a questo stato di cose. Un comparto come quello della sanità privata (in particolare del privato accreditato) che nonostante numeri impressionanti non può ancora considerarsi un vero comparto, e non ha la forza di sentirsi un unico per contrattare condizioni migliori. 

Nonostante tutto il nostro sistema pubblico, disincentivato e senza investimenti, ha fatto però di “necessità virtù” e continua ad essere un modello. Questo solo ed esclusivamente grazie alle migliaia di lavoratori che tutti i giorni, in prima linea, garantiscono la tutela della salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività (art 32 Costituzione).